Sprachen
Inhalt Wer? Über uns Termine Submissions Untermenü
« zurück

قلائد الخراب التي كانت لديّ

Rasha Abbas (2016)

scroll down for the italian version

 

الفترة الأصعب قد انتهت، ما سيبقى لي منها هنا هو ظلال شاحبة من ذكريات عامين في بيروت، متابعة الأخبار المحبطة من البلد بينما أعمل لدى شركة محتوىً طبي لأتدبر شؤون معيشتي. الجو المتوتر على الدوام من وجودنا هناك ومعاتبة سائقي سيارات الأجرة لي كون السوريين يأخذون كل الأعمال في لبنان، ومن ثمّ ورقة ملصقة على جدار الحي الذي أٌقيم فيه تفيد بمنع السوريين من التجوّل بعد الساعة الثامنة مساءاً. لم يكن الأمر كلّه على هذا النحو بالطبع، كثيراً ما كنت أجد من اللطف ما يداري وجودي في هذا المكان، حيث أعيش للمرة الأولى دون عائلتي. أتظاهر أنّني مرتاحة وأنّي لا أفتقد دمشق فعلاً. أتظاهر أنّني لم أكن قد أحببتها يوماً وأنّني يجب أن أمدّ جذوري في فسحةٍ أخرى من الأرض. كانت آخر أيامي هناك الآن تبدو بعيدة، العمل على إنجاح موضوع السفر بأية طريقة بعد أن بدا موضوع العودة مستحيلاً مع ضغط العمل الشديد وابتلاع عياراتٍ ثقيلة من مضاد الهستامين لمحاولة التغلّب على الطفح الذي كان ينتشر أكثر دون أن أتمكن من إيجاد حلّ له. كانت هناك ثمّة مؤانسة وحيدة في ذلك الظرف هي قطّة سوداء وليدة تمكّنت من انتشالها من الطريق حيث كانت مرمية بعمر أيام، ومن ثمّ البحث والسؤال لأتمكن من جعلها تعيش وتأكل. انتهى ذلك أيضاً باستيقاظي مرة لأجدها ملتصقة بي في نومي وقد فارقت الحياة. أمسكت بها بين أصابعي وحاولت الضغط على صدرها الضئيل علّني أعيد إليها النفس ومن ثمّ وضعتها في علبة ومشيت في الطريق بإنهاكٍ بالغ لا أعرف ماذا يمكنني أن أفعل بالضبط. أفزعني صوت رجل يهمس على مقربة منّي وصحت فيه فجأة في منتصف الطريق، ليتبين بعد ذلك أنّه كان يتحدث على هاتفه. اعتذرت منه بصوتٍ مرتفع لأنّ بعض المارة كانوا قد تجمّعوا ظانّين أنّه متحرش أو ما شابه. بعد عدّة خطوات وجدت علباً متجمّعة أمام متجر، انحنيتُ ووضعت العلبة هناك وسارعت للابتعاد عن المكان. الآن كانت الهموم شيئاً آخر، وبدأت أنتبه إلى تشكيلةٍ من أنواع الرهاب التي كنت قد بدأت بتكوينها، ابتداء بالأدوات الحادّة التي كنت أشعر بالارتباك لدى استخدامها لأنّها تستدعي إلى مخيلتي على الفور ما يحدث هناك في دمشق في أقبية التعذيب، ورهاب مغادرة المنزل الذي بدأ منذ أيام بيروت المرهقة.

 


 

ITALIANO:

 

“Le medaglie al dolore che ho ricevuto”

9 Settembre 2014

 

Sono le dieci di mattina e so di essere una sopravvissuta. La foresta scorre densa da entrambi i lati della strada. La macchina procede mentre l’autista mi parla bonariamente, dopo avermi fatto un paio di domande su cosa sta succedendo nel mio paese, mi racconta quanto sicura sia questa città del sud della Germania e come sia basso il tasso di criminalità rispetto ad altre. Non riesco più a parlare. Guardo gli alberi, gli immacolati autobus pubblici e tutto ciò che intorno a me possa suggerire che ora sto bene. L’aereo è atterrato a Francoforte dopo molti problemi che hanno intralciato il corso del viaggio, a partire dall’iniziale rifiuto del visto fino a una complicazione con i documenti per il permesso di soggiorno subito prima della partenza dall’aeroporto di Beirut. Il viaggio non è ormai altro che una stanca memoria, sbiadisce, così come sbiadirà lo sfogo che si è diffuso sulle mie braccia, costringendomi a indossare vestiti a maniche lunghe nella calda estate di Beirut; dopo averle nascoste per mesi, le scoprirò di nuovo per la prima volta.

Il periodo più difficile è passato, ciò che ne resterà per me sono le ombre pallide dei ricordi dei due anni trascorsi a Beirut, seguendo le notizie devastanti che arrivavano dalla Siria. L’atmosfera era sempre tesa, i tassisti mi incolpavano per quei miei connazionali che rubavano il lavoro in Libano e un manifesto su un muro del quartiere dove vivevo annunciava un coprifuoco per i siriani dalle otto di sera. Era la prima volta che vivevo lontana dalla mia famiglia, facevo finta di non sentire veramente la mancanza di Damasco, di non averla mai amata e che adesso fosse necessario far crescere le mie radici in un altro lembo di terra. I miei ultimi giorni lì appaiono distanti. Cercavo, con un immenso sforzo, di affrontare nel miglior modo possibile l’allontanamento dal mio paese, dato che un possibile ritorno sembrava inattuabile, buttavo giù enormi quantità di antistaminici cercando di combattere un’infiammazione che si stava espandendo sempre di più, ma non ero capace di trovare una soluzione. L’unica consolazione in quella situazione era una gattina nera che ero riuscita a salvare dalla strada dove era stata buttata durante i suoi primi giorni di vita e il cercare di farla mangiare e sopravvivere. Perdetti anche quel conforto quando un giorno, al risveglio, la trovai attaccata a me, morta. La presi tra le dita e provai a fare pressione sul suo piccolo torace per farla respirare di nuovo, poi la misi in una scatola e camminai per la strada, terribilmente esausta. Ora le paure sono altre e comincio a prestare attenzione alla nuova collezione di fobie che sto sviluppando. A partire dagli oggetti affilati, che ho paura di usare perché mi riportano alla mente cosa sta accadendo a Damasco nelle stanze di tortura, fino anche alla paura di uscire di casa, cominciata durante gli estenuanti giorni di Beirut.

Molto tempo fa mi è stato detto che una volta cresciuta sarei diventata una strega, il terzo occhio che possiedo e che si apre solo quando chiudo gli altri due si sbaglia di rado e posso percepirne con orrore la presenza, ogni volta che leggo dei bombardamenti sotto i quali si trovano i miei compagni. Ho affrontato l’esproprio come se si trattasse di un compromesso divino e l’ho accettato. La sicurezza in cambio delle medaglie ai caduti. Quelle che ho consegnato di buon grado al centro d’asilo, insieme al passaporto.

 

Translation: Anna Giannessi

≡ Menü ≡
Startseite Inhalt
Termine Submissions
Autor_innen Übersetzer_innen Moderator_innen
Über uns Partner Galerie
Kontakt Blog Facebook
Festival 2016 Events Presse