{"id":15981,"date":"2021-06-04T10:55:37","date_gmt":"2021-06-04T08:55:37","guid":{"rendered":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/?post_type=stsp_text&#038;p=15981"},"modified":"2021-06-18T12:33:12","modified_gmt":"2021-06-18T10:33:12","slug":"le-cose-piu-buone","status":"publish","type":"stsp_text","link":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/","title":{"rendered":"Le cose pi\u00f9 buone"},"content":{"rendered":"<p>Arrosto no: non l\u2019ho mai fatto, chiss\u00e0 come mi viene. Poi magari salta fuori che \u00e8 pure vegetariano. Anna mi ha consigliato di preparargli un salmone in crosta, che secondo lei costa poco, \u00e8 facile e scenografico. Ma mi sembra di fare troppo la splendida, preferirei offrirgli qualcosa di pi\u00f9 semplice, pi\u00f9 tradizionale. Per\u00f2 una pasta, che palle.<\/p>\n<p>Ripenso alle cose pi\u00f9 buone che ho mangiato. In tutto sono cinque, direi. Voglio dire: le esperienze legate al cibo che ho vissuto con pi\u00f9 intenso piacere, e pi\u00f9 profondo.<\/p>\n<p>\u00c8 che il piacere esiste in diverse forme e non ci \u00e8 dato, forse, di esperirle tutte. Ciascuno ne conosce qualcuna ed elabora la propria visione del mondo, la propria teoria del dolore e della gioia sulla base di quella conoscenza che non ha nulla, malgrado le apparenze, di assoluto o globale. Per dire, io credo di fargli piacere, e poi magari lui se la prende anche a male.<\/p>\n<p>Il primo ricordo che mi viene in mente \u00e8 la <i>ropa vieja<\/i>. Da piccola, ma anche quando cos\u00ec piccola ormai non ero, mia mamma mi diceva di aggiungere alle ricette che mi preparava alcune <i>gotitas de amor<\/i>. Erano le gocce d\u2019amore che rendevano tutto pi\u00f9 buono, mi spiegava, e io ci credevo. O forse non ci credevo davvero, ma mi piaceva sentire quell\u2019argomentazione, a mio avviso logica, del perch\u00e9 tutto quanto lei cucinasse era sempre buonissimo. Credo che mia mamma mettesse una dose extra di <i>gotitas<\/i> a tutti quei piatti della cucina povera che i grandi, consapevoli del loro scarso valore, sono soliti sdegnare. I piccoli, invece, non hanno imparato a valutare il cibo secondo il loro prezzo. La <i>ropa<\/i> <i>vieja<\/i> \u00e8 uno di quei piatti da due soldi, se non addirittura il suo sommo esemplare: consiste negli avanzi di <i>puchero<\/i>, un bollito di carne e verdure che \u00e8 gi\u00e0 di suo un piatto povero, riscaldati in padella e rimescolati, credo, con un po\u2019 d\u2019uovo. \u00abVestiti vecchi\u00bb, lo chiamiamo. Per il mio palato infantile, di certo non molto raffinato, non esisteva delizia maggiore: i sapori del <i>puchero<\/i> s\u2019intensificavano, le verdure non erano pi\u00f9 morbide per l\u2019acqua di cottura come la sera prima, bens\u00ec abbrustolite dal contatto con la padella rovente. Ricordo di aver sempre esultato, quando era giorno di <i>ropa vieja<\/i> in casa, come se mi avessero offerto i dolciumi pi\u00f9 golosi della fabbrica di cioccolato. I miei genitori, come i fratelli maggiori, dovevano essere di sicuro meno entusiasti di me di fronte alla prospettiva di un altro pranzo di avanzi riscaldati, ma questo non cambia in nulla il mio ricordo caldo e sapido di quei giorni d\u2019inverno in Argentina. Certo, se gli metto davanti un miscuglio indefinito e grigiastro di carne avanzata e verdure bollite, mi pianta in asso.<\/p>\n<p>Anni pi\u00f9 tardi, il panino con la porchetta. Per\u00f2 mica posso dargli un panino con la porchetta, su. Scommetto che gli piacerebbe, eh, quindi forse s\u00ec che posso, chi ce le impone queste regole? Per\u00f2, quel panino\u2026 Lavoravo \u00aballe pesche\u00bb, come si diceva, ovvero passavo le mattine estive, credo dalle sei a mezzogiorno, se non ricordo male, a raccogliere le pesche in alcuni campi in provincia di Mantova. Verso le nove o le dieci, facevamo una pausa, e i contadini per cui lavoravamo ci offrivano allora un panino. Passavo le ore a salire e scendere e risalire su scale che spostavo di tronco in tronco, a un metro di distanza l\u2019uno dall\u2019altro. Strappavo una alla volta le pesche dai rami che mi graffiavano le braccia. Il pelo di alcune variet\u00e0 mi si appiccicava alla pelle e pizzicava cos\u00ec tanto che mi arrossavo tutta, come se fossi stata allergica; non lo ero, soltanto il sudore, i moscerini e quel pelo appiccicoso si alleavano per irritare ogni centimetro di pelle scoperta. Al mattino presto, quando arrivavamo, la rugiada era fredda e quasi avevo voglia di cominciare subito a lavorare per scaldarmi. Ma gi\u00e0 alle otto faceva caldo, caldissimo, e il sole mi condensava grosse gocce di sudore sotto le ascelle e in mezzo al petto. La pausa, allora, mi sembrava un\u2019oasi. Ora che lavoro per ore davanti a uno schermo e devo costringermi a non sgranocchiare troppo e a fare due passi ogni tanto per evitare aumenti di peso malsani, mi strania ripensare alla fame vorace con cui, nel bel mezzo del mattino, addentavo grossi panini ripieni di lardo, salame e formaggio. Eppure ricordo bene quanto allora mi sembrava che la pausa non arrivasse mai e quanto poco m\u2019importassero le calorie, i grassi, i chili di troppo. Impossibile accumularli, sudando in quella maniera. Lasciavamo gi\u00f9 le scalette e i secchi, ci ritiravamo all\u2019ombra in fondo alla fila di alberi che stavamo \u00abfacendo\u00bb, e ci concentravamo sui panini. Erano sempre buoni, di quella bont\u00e0 semplice dei gusti elementari, come il pane col burro o il latte col miele. E un mattino di un giorno della settimana che non ricorder\u00f2 mai mi \u00e8 capitato un panino con la porchetta, un nome il cui suono mi disgustava e mi disgusta ancora. Il connubio di stanchezza, fame e caldo deve aver fatto reazione con le erbe, la carne e la mollica di quel pane, e io mi sono sentita rigenerare, ho sentito l\u2019energia del mio corpo ricaricarsi. Solo in momenti di simile esaurimento fisico e mentale sono riuscita a percepire con simile chiarezza quanto il cibo sia la benzina di cui abbiamo bisogno per funzionare, e al tempo stesso la fonte di una delle godurie pi\u00f9 autentiche di cui i nostri sensi sono capaci. Forse \u00e8 per quello che non gli posso piazzare un panino con la porchetta sotto il naso, quando arriva: lui verr\u00e0 direttamente da casa, docciato e profumato \u2013 spero \u2013, mica dal lavoro in miniera. No, non va mica bene.<\/p>\n<p>Anche le pesche che ho mangiato in quei mesi sono state le pi\u00f9 buone della mia vita. Zucchero liquido e polposo che mi si appiccicava alle labbra e mi dissetava. Mordevo avida i frutti che erano troppo maturi per finire in cassetta, e nessun acquisto dal miglior fruttivendolo potr\u00e0 eguagliare i piaceri dei quei morsi rubati al campo. Ma in modo simile le mele che ho strappato a un albero dopo una lunga camminata domenicale mi hanno saziata come la prima mela deve aver riempito di pur breve goduria Adamo ed Eva. Camminavamo, Luca e io, da Trento a Calceranica. Lui abituato ai percorsi in montagna e al movimento, io invece sedentaria e pigra, ci eravamo decisi a tentare una passeggiata lunga insieme, di citt\u00e0 in citt\u00e0. Ce l\u2019abbiamo fatta, anche se poi abbiamo deciso di tornare in treno: i piedi mi facevano male e, per quanto mi riguardava, il traguardo era raggiunto. Luca, accomodante, non ha avuto nulla da ridire. Il cammino verso il lago di Calceranica era semplice, piano, diritto, ma assolato. Avevamo camminato lungo il fiume, poi attraverso campi di patate e su strade poco frequentate. Avevamo con noi dell\u2019acqua, ma non volevamo fermarci a mangiare prima di arrivare: anche se allettante, quello \u00e8 sempre un ottimo modo di perdere le forze. Quando poi, per\u00f2, ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un campo senza quasi traccia d\u2019ombra se non in aree di pochi centimetri di raggio proprio sotto la fronda scarna di alcuni meli, abbiamo deciso di fermarci qualche minuto. Siamo rimasti in piedi accanto a un tronco sottile, affaticati. Luca allora ha raccolto una mela da un ramo e me l\u2019ha porta: che esplosione! Sotto ai denti pura acqua zuccherina, ancora fresca di terra e linfa, croccante. Tutte quelle pubblicit\u00e0 di insalate fragranti, di frutta dai colori sgargianti, di succhi ultravitaminici e verdure in volo tra gocce d\u2019acqua sospese nel vuoto, sono solo deboli tentativi di riprodurre in immagini quel piacere atavico di un frutto appena colto da un albero per dissetarci. Se adesso andassi a comprare delle pesche o delle mele, scommetto che tornerei a casa con un mucchietto di sassi avvolti nella pellicola. Certe cose \u00e8 meglio lasciarle ai campi.<\/p>\n<p>Ancora anni dopo, poi, vivevo in Germania, a Berlino, e sono andata con Anna a mangiare un kebab. Cibo economico, da studenti, a cui l\u2019Italia ci aveva gi\u00e0 abituate. Il kebabbaro della Leinestra\u00dfe era, cos\u00ec pareva, un\u2019istituzione, per cui siamo andate a prenderci due <i>D\u00f6ner<\/i>, senza neanche degnare quel locale spiccio di una vera e propria visita: abbiamo preso il cibo, attraversato la strada, e abbiamo cominciato a mangiarlo \u2013 con tutto il disordine che il kebab impone \u2013 nella stazione in attesa della U-Bahn verso casa. Ma al primo morso, mi sono accorta che non assomigliava a quello che avevo conosciuto a Verona e a Trento: la carne era pi\u00f9 speziata, il pane pi\u00f9 tostato, e pi\u00f9 abbondanti le verdure e quelle misteriose salse bianche e rosse, di cui tutti preferiamo non conoscere gli ingredienti (ricordo dicerie oscene sulla ricetta della salsa allo yogurt del kebbabaro in via Leoncino). Anche se non avevo motivo di essere affamata \u2013 ormai lavoravo part-time in un ufficio, per pagarmi gli studi \u2013, quanto me lo sono goduta! Ricordo di essermi girata verso Anna con occhi spalancati, teatralmente come tutti gli studenti un po\u2019 sfigati quale ero anch\u2019io: oddio mio, \u00e8 buonissimo. Non vedo l\u2019ora di tornarci per mangiarne un altro. Avevo appena cominciato a mangiare il mio primo kebab che gi\u00e0 immaginavo le prossime visite, con lei, da sola, con Luca, che ero sicura che avrebbe apprezzato \u2013 e in effetti ha apprezzato, quando \u00e8 venuto a trovarmi. Anna rideva e diceva che era bello che fossi cos\u00ec felice per un kebab. Il cibo \u00e8 carico di significati, ad esempio il kebab significa musica turca a tutto volume, un uomo sudato con un accento straniero e, quindi, in nessun caso, un piatto da appuntamento romantico: mi tocca escluderlo. Ma io in quei giorni mi sentivo libera, perch\u00e9 ero partita, e insieme impaurita dalla citt\u00e0 nuova, dalla lingua incomprensibile, dall\u2019appartamento miserabile che ci era stato assegnato dallo <i>Studentenwerk<\/i>. E chi conosce quel tipo di partenza che assomiglia a un salto nel vuoto sa quanto un piccolo piacere, come il conforto di un sapore che ci soddisfa e ci riempie, pu\u00f2 aiutarci a stare a galla, fosse anche solo per una serata, o per un paio d\u2019ore.<\/p>\n<p>E poi qualche anno dopo, in vacanza a Stoccolma, con Matthias e i suoceri. Per la prima volta nella mia vita avevo uno stipendio decente, per la prima volta ogni tanto partivo in vacanza, come i grandi, o come i miei coetanei con famiglie pi\u00f9 ricche della mia \u2013 ovvero la stragrande maggioranza delle persone che conoscevo. Stoccolma \u00e8 costosissima, ma una sera Matthias e io ci siamo decisi ad andare a mangiare in un posto carino, tra di noi. Niente trappole per turisti con polpette dell\u2019IKEA, questa volta, ma qualcosa di un po\u2019 pi\u00f9 in disparte. Mi ero informata, avevo cercato dei pareri online, perch\u00e9 non conoscevo nessuno in citt\u00e0, e siamo finiti in un posticino romantico, a lume di candela e con una tenue musica di sottofondo, in una stradina appena fuori dal centro. Il servizio era gentile, come ovunque d\u2019altronde in quel luogo che sembra fuori dal mondo per la larghezza delle vedute e la luce bianca che invade i viali, e io sentivo di poter stare comoda, finalmente: per una sera, soltanto per una sera niente pi\u00f9 scalette da tronco a tronco, niente pi\u00f9 panchine della metro, niente pi\u00f9 sole cocente. Vivevo a Berlino, del resto, ma non la Berlino <i>cool<\/i> del cinema n\u00e9 la Berlino finto povera degli <i>hipster<\/i> di Kreuzberg. Io vivevo nella Berlino di chi non ha soldi da parte, quindi nel dubbio non ne spende e non si gode quasi nulla delle infinite possibilit\u00e0 che la citt\u00e0 offre. Perci\u00f2 mi sono accomodata al mio posto e ho infilzato con la forchetta il filetto di salmone con burro <i>noisette<\/i> che avevo ordinato con grandi aspettative. Ma non c\u2019era niente da infilzare, tanto era morbida, quella carne. Riuscirei a riprodurre qualcosa del genere? E sarebbe lo stesso senza il locale in penombra, senza i dialoghi in uno svedese sorprendentemente melodioso sussurrati al tavolo accanto? Il sapore del burro dorato \u00e8 unico, profondo e vellutato come un vino annoso, e quella sera mi ha coccolata in una poltroncina comoda e soffice, in un universo al quale non appartengo e dove tutti i sensi vengono viziati, ma in cui, per una sera, ho finto di essere di casa, con tanta convinzione da crederci, quasi. Alla fine, comunque, abbiamo pagato poco, perch\u00e9 avevo prenotato con un\u2019offerta sul sito del locale: senn\u00f2 non l\u2019avrei scelto, perch\u00e9 i grandi, dicevo, imparano a valutare il mondo in questi termini. Ma che goduria!<\/p>\n<p>No, non sarei in grado preparargli quel salmone, non mi verrebbe cos\u00ec bene. E lui non capirebbe che cosa significa se gli servo la <i>ropa<\/i> <i>vieja<\/i>. Se poi gli racconto la storia delle <i>gotitas de amor<\/i>, finisce che mi trova sdolcinata e patetica, e mi molla l\u00ec, e si scopre che era meglio se ordinavo una pizza.<\/p>\n<p>Io credo che sono la necessit\u00e0, la stanchezza, l\u2019affetto, il conforto, e chiss\u00e0 quante altre ragioni che fanno s\u00ec che un pezzo di pane, un pomodoro o una cioccolata calda ci riempiono ben pi\u00f9 che uno spazio vuoto nello stomaco. A me \u00e8 stato dato di godere cos\u00ec e, perci\u00f2, questo \u00e8 per me il piacere: come potrei augurarmi altro? come potrei augurare dell\u2019altro a chi voglio bene? o a chi vorrei sedurre? Ecco. Per\u00f2 non posso spiegargli tutta la premessa, perch\u00e9 poi sembro una di quelle donne che parlano, parlano, e non la finiscono mai. Dovrei chiedergli qual \u00e8 il piatto pi\u00f9 buono che abbia mai mangiato, cos\u00ec, per introdurre il discorso\u2026 ma se entro subito in competizione con le sue migliori esperienze, \u00e8 una pessima idea, non posso vincere.<\/p>\n<p>Magari allora s\u00ec un arrosto. E anche l\u2019idea della pizza non \u00e8 male. Provo a chiedergli cosa preferisce, lui.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Arrosto no: non l\u2019ho mai fatto, chiss\u00e0 come mi viene. Poi magari salta fuori che \u00e8 pure vegetariano. Anna mi ha consigliato di preparargli un salmone in crosta, che secondo lei costa poco, \u00e8 facile e scenografico. Ma mi sembra di fare troppo la splendida, preferirei offrirgli qualcosa di pi\u00f9 semplice, pi\u00f9 tradizionale. Per\u00f2 una [&hellip;]<\/p>\n","protected":false},"featured_media":16174,"template":"","categories":[44,4,10],"class_list":["post-15981","stsp_text","type-stsp_text","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","category-issue-18","category-issues","category-prosa"],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v28.7 - https:\/\/yoast.com\/product\/yoast-seo-wordpress\/ -->\n<title>Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"de_DE\" \/>\n<meta property=\"og:locale:alternate\" content=\"en_US\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Arrosto no: non l\u2019ho mai fatto, chiss\u00e0 come mi viene. Poi magari salta fuori che \u00e8 pure vegetariano. Anna mi ha consigliato di preparargli un salmone in crosta, che secondo lei costa poco, \u00e8 facile e scenografico. Ma mi sembra di fare troppo la splendida, preferirei offrirgli qualcosa di pi\u00f9 semplice, pi\u00f9 tradizionale. Per\u00f2 una [&hellip;]\" \/>\n<meta property=\"og:url\" content=\"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/\" \/>\n<meta property=\"og:site_name\" content=\"stadtsprachen\" \/>\n<meta property=\"article:publisher\" content=\"https:\/\/www.facebook.com\/Stadtsprachen\" \/>\n<meta property=\"article:modified_time\" content=\"2021-06-18T10:33:12+00:00\" \/>\n<meta property=\"og:image\" content=\"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/14.jpg\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:width\" content=\"725\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:height\" content=\"633\" \/>\n\t<meta property=\"og:image:type\" content=\"image\/jpeg\" \/>\n<meta name=\"twitter:card\" content=\"summary_large_image\" \/>\n<meta name=\"twitter:site\" content=\"@stadtsprachen\" \/>\n<meta name=\"twitter:label1\" content=\"Gesch\u00e4tzte Lesezeit\" \/>\n\t<meta name=\"twitter:data1\" content=\"12\u00a0Minuten\" \/>\n<script type=\"application\/ld+json\" class=\"yoast-schema-graph\">{\"@context\":\"https:\\\/\\\/schema.org\",\"@graph\":[{\"@type\":\"WebPage\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/\",\"url\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/\",\"name\":\"Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen\",\"isPartOf\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#website\"},\"primaryImageOfPage\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/#primaryimage\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/#primaryimage\"},\"thumbnailUrl\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/05\\\/14.jpg\",\"datePublished\":\"2021-06-04T08:55:37+00:00\",\"dateModified\":\"2021-06-18T10:33:12+00:00\",\"breadcrumb\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/#breadcrumb\"},\"inLanguage\":\"de-DE\",\"potentialAction\":[{\"@type\":\"ReadAction\",\"target\":[\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/\"]}]},{\"@type\":\"ImageObject\",\"inLanguage\":\"de-DE\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/#primaryimage\",\"url\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/05\\\/14.jpg\",\"contentUrl\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/05\\\/14.jpg\",\"width\":725,\"height\":633},{\"@type\":\"BreadcrumbList\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/text\\\/le-cose-piu-buone\\\/#breadcrumb\",\"itemListElement\":[{\"@type\":\"ListItem\",\"position\":1,\"name\":\"Startseite\",\"item\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/\"},{\"@type\":\"ListItem\",\"position\":2,\"name\":\"Texts\",\"item\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/en\\\/text\\\/\"},{\"@type\":\"ListItem\",\"position\":3,\"name\":\"Le cose pi\u00f9 buone\"}]},{\"@type\":\"WebSite\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#website\",\"url\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/\",\"name\":\"stadtsprachen\",\"description\":\"\",\"publisher\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#organization\"},\"potentialAction\":[{\"@type\":\"SearchAction\",\"target\":{\"@type\":\"EntryPoint\",\"urlTemplate\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/?s={search_term_string}\"},\"query-input\":{\"@type\":\"PropertyValueSpecification\",\"valueRequired\":true,\"valueName\":\"search_term_string\"}}],\"inLanguage\":\"de-DE\"},{\"@type\":\"Organization\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#organization\",\"name\":\"stadtsprachen\",\"url\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/\",\"logo\":{\"@type\":\"ImageObject\",\"inLanguage\":\"de-DE\",\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#\\\/schema\\\/logo\\\/image\\\/\",\"url\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/02\\\/cropped-logo_stadtsprachen_taubenblau.png\",\"contentUrl\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/wp-content\\\/uploads\\\/2021\\\/02\\\/cropped-logo_stadtsprachen_taubenblau.png\",\"width\":512,\"height\":512,\"caption\":\"stadtsprachen\"},\"image\":{\"@id\":\"https:\\\/\\\/stadtsprachen.de\\\/de\\\/#\\\/schema\\\/logo\\\/image\\\/\"},\"sameAs\":[\"https:\\\/\\\/www.facebook.com\\\/Stadtsprachen\",\"https:\\\/\\\/x.com\\\/stadtsprachen\",\"https:\\\/\\\/www.instagram.com\\\/berlinerliterarischeaktion\\\/\",\"https:\\\/\\\/mastodon.social\\\/@BerlinerLiterarischeAktion\"]}]}<\/script>\n<!-- \/ Yoast SEO plugin. -->","yoast_head_json":{"title":"Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen","robots":{"index":"index","follow":"follow","max-snippet":"max-snippet:-1","max-image-preview":"max-image-preview:large","max-video-preview":"max-video-preview:-1"},"canonical":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/","og_locale":"de_DE","og_type":"article","og_title":"Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen","og_description":"Arrosto no: non l\u2019ho mai fatto, chiss\u00e0 come mi viene. Poi magari salta fuori che \u00e8 pure vegetariano. Anna mi ha consigliato di preparargli un salmone in crosta, che secondo lei costa poco, \u00e8 facile e scenografico. Ma mi sembra di fare troppo la splendida, preferirei offrirgli qualcosa di pi\u00f9 semplice, pi\u00f9 tradizionale. Per\u00f2 una [&hellip;]","og_url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/","og_site_name":"stadtsprachen","article_publisher":"https:\/\/www.facebook.com\/Stadtsprachen","article_modified_time":"2021-06-18T10:33:12+00:00","og_image":[{"width":725,"height":633,"url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/14.jpg","type":"image\/jpeg"}],"twitter_card":"summary_large_image","twitter_site":"@stadtsprachen","twitter_misc":{"Gesch\u00e4tzte Lesezeit":"12\u00a0Minuten"},"schema":{"@context":"https:\/\/schema.org","@graph":[{"@type":"WebPage","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/","url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/","name":"Le cose pi\u00f9 buone - stadtsprachen","isPartOf":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#website"},"primaryImageOfPage":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/#primaryimage"},"image":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/#primaryimage"},"thumbnailUrl":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/14.jpg","datePublished":"2021-06-04T08:55:37+00:00","dateModified":"2021-06-18T10:33:12+00:00","breadcrumb":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/#breadcrumb"},"inLanguage":"de-DE","potentialAction":[{"@type":"ReadAction","target":["https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/"]}]},{"@type":"ImageObject","inLanguage":"de-DE","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/#primaryimage","url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/14.jpg","contentUrl":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/05\/14.jpg","width":725,"height":633},{"@type":"BreadcrumbList","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/text\/le-cose-piu-buone\/#breadcrumb","itemListElement":[{"@type":"ListItem","position":1,"name":"Startseite","item":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/"},{"@type":"ListItem","position":2,"name":"Texts","item":"https:\/\/stadtsprachen.de\/en\/text\/"},{"@type":"ListItem","position":3,"name":"Le cose pi\u00f9 buone"}]},{"@type":"WebSite","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#website","url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/","name":"stadtsprachen","description":"","publisher":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#organization"},"potentialAction":[{"@type":"SearchAction","target":{"@type":"EntryPoint","urlTemplate":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/?s={search_term_string}"},"query-input":{"@type":"PropertyValueSpecification","valueRequired":true,"valueName":"search_term_string"}}],"inLanguage":"de-DE"},{"@type":"Organization","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#organization","name":"stadtsprachen","url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/","logo":{"@type":"ImageObject","inLanguage":"de-DE","@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#\/schema\/logo\/image\/","url":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/cropped-logo_stadtsprachen_taubenblau.png","contentUrl":"https:\/\/stadtsprachen.de\/wp-content\/uploads\/2021\/02\/cropped-logo_stadtsprachen_taubenblau.png","width":512,"height":512,"caption":"stadtsprachen"},"image":{"@id":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/#\/schema\/logo\/image\/"},"sameAs":["https:\/\/www.facebook.com\/Stadtsprachen","https:\/\/x.com\/stadtsprachen","https:\/\/www.instagram.com\/berlinerliterarischeaktion\/","https:\/\/mastodon.social\/@BerlinerLiterarischeAktion"]}]}},"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/stsp_text\/15981","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/stsp_text"}],"about":[{"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/types\/stsp_text"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/stsp_text\/15981\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":16503,"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/stsp_text\/15981\/revisions\/16503"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/media\/16174"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=15981"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/stadtsprachen.de\/de\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=15981"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}